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lunedì 5 settembre 2016

La Cresta del Soldato alla Punta Giordani 4046 m.(Monte Rosa)




































A dodici anni dall’ultima volta a Gressoney e a quattro dal mio ultimo “quattromila”, sua maestà il Cervino, rieccomi finalmente per una nuova avventura nell’Arco Alpino destinazione massiccio del Monte Rosa. La scelta è caduta su un percorso prevalentemente di cresta rocciosa da compiere in giornata visto i soli tre giorni a mia disposizione compreso il lungo viaggio di andata e ritorno dalla Calabria, la  Cresta del Soldato che porta direttamente in vetta alla Punta Giordani (4046 m.)



Dopo una lunga assenza a quelle latitudini, volevo anche liberarmi da una certa sudditanza psicologica procuratami dalla mitica ed indimenticabile scalata al Cervino per la Cresta del Leone di quattro anni fa, una sorta di dipendenza mentale ad una grande impresa che mi ha un po’ bloccato negli anni successivi nel salire altri quattromila.


In verità l’anno dopo avevo provato un secondo tentativo al Monte Bianco dopo quello del 2008 in cui mi ero fermato al rifugio Gouter per nevicata nella notte dell’attacco alla vetta, ma questa volta andò male di nuovo a causa della estrema pericolosità del Gran Coloir, il famoso e famigerato canale della via francese che bisognava attraversare e che in quei giorni scaricava terribilmente .Questa nuova rinuncia forzata anche se ampiamente giustificata mi aveva lasciato molto amareggiato perché  per chi come me proviene dal sud Italia e ha solo qualche giorno a disposizione per una scalata sulle Alpi, è difficile da digerire.



Volevo anche capire come avrebbe reagito il mio fisico alla quota senza acclimatamento dopo diversi anni e dopo un viaggio di 1300 km in autobus. Infatti in passato avevo riscontrato sempre qualche problema salendo subito in quota con gli impianti di risalita senza pernotto in rifugio. I classici sintomi di mal di montagna sono i sensi di nausea, forte mal di testa, vertigini, fiato corto e mancanza di forze e per quanto riguarda me, a parte un pò di fiatone e strani dolori muscolari alle gambe non ho avuto altro.



Penso però di aver sbagliato abbigliamento e sia di conseguenza salito con uno zaino piuttosto pesante per colpa delle previsioni meteo che dopo una intera giornata di pioggia e bassa pressione il giorno prima, davano si bel tempo, ma vento sostenuto in quota e temperature di 10 sottozero. Queste ultime invece sono infine risultate  ben più alte e attraversando il Ghiacciaio di Bors abbiamo sofferto davvero il caldo con perdita cospicua di sali minerali per eccessiva sudorazione. Forse questo spiega gli strani indolenzimenti alle gambe. Ho effettuato alla fine l’intera ascensione con una T-shirt tecnica, un pile leggero e niente guanti.



Si parte dunque da Gressoney Saint Jean, bellissimo e pittoresco borgo Walser dell’Alta Valle del Lys. Il termine è una contrazione del tedesco walliser, ovvero vallesano, abitante del Canton Vallese. Si tratta di una popolazione di origine  germanica che abita le regioni alpine attorno al massiccio del Monte Rosa. Definiscono la loro parlata Titsch, imparentato con Deutsch. Nel XII-XIII secolo coloni Walser si stabilirono in diverse località dell’arco alpino spinti alla ricerca di nuovi pascoli per il loro bestiame sfruttando valichi di montagna come il Teodulo e il Colle delle Cime Bianche che in quel periodo erano percorribili quasi l’intero anno.



Nei secoli successivi I ghiacci tornarono ad avere la meglio e a coprire per molti mesi l'anno i valichi alpini. Diminuirono gli scambi tra le valli, si ridussero i pascoli d'alta quota a disposizione, calarono sensibilmente le rese agricole. Le singole comunità restarono isolate e le popolazioni walser furono costrette in molti casi ad abbandonare le tradizionali attività legate all'agricoltura e all'allevamento del bestiame, spingendo molti uomini ad emigrare in cerca di lavoro. Tutt’ora sorgono in zona case walser in perfetto stato di conservazione come a Gressoney Saint Jean e La Trinitè, mia base di partenza.



Giunto in zona il giorno precedente, ad attendermi c’è brutto tempo e pioggia, colpa una veloce perturbazione piombata dal nord Europa  che con l’estate non ha niente a che fare, pare una giornata uggiosa di Novembre. Dopo essermi ritemprato e sistemato in un accogliente agriturismo in località Stobene (si pronuncia Shtòbene) penso di andare a fare un giro in paese destinazione finale Lago Gover e Castel Savoia con l’aiuto del provvidenziale ombrello di emergenza acquistato in mattinata al mercato di Pont Saint Martin. Alla fine risulterà una bella e lunga passeggiata sotto la pioggia insistente di circa cinque o più chilometri fino al maestoso castello immerso nel verde del bosco. Al ritorno però opto per il bus risparmiandomi altri cinque chilometri a piedi.



Domenica 21 Agosto arriva il fatidico giorno e a dire il vero sono un po’ turbato perché la sera prima su internet mi imbatto sulla relazione di Bruno,un alpinista di Terni che conosco, circa la salita della Cresta del Soldato, descrivendo a tinte fosche un incidente occorso al compagno di cordata per caduta pietre che poteva finire tragicamente. Associando questo episodio anche alla scomparsa, sempre su questo percorso di un noto giornalista Rai poco tempo fa figuriamoci lo stato d’animo e i dubbi che cominciano ad assalirmi quella sera .



Seguono sempre tutte le considerazioni di natura morale ed etica sulla pericolosità di andar per monti. Poi rifletto, quando leggo alcune relazioni dove si dice “facile e divertente” che di facile in montagna non c’è niente, altrimenti non si spiegherebbe la scomparsa recente dei tre alpinisti svizzeri sulla Cresta della Punta Gniffetti che molti considerano una facile passeggiata.



































Fatta questa piccola considerazione ritorniamo alla nostra cronaca. Il buon Ioris mi attende sulla strada con il suo furgone direzione Staffal, qualche chilometro più su per prendere la funivia. Rispetto a dodici anni fa è stato aggiunto un altro spezzone a mezzo Funifor che dal Passo dei Salati porta ai 3260 m. di Punta Indren risparmiandoci circa 400 metri di dislivello.


































A Punta Indren dove si può già osservare la cresta e l'itinerario di salita non pare faccia tutto il freddo pronosticato dalle previsioni meteo e ce ne accorgiamo raggiungendo il Ghiacciaio di Bors dopo aver attraversato un area rocciosa sfasciata che passa dalla vecchia stazione di arrivo della funivia proveniente da Alagna. Fa veramente caldo e si suda tantissimo anche perché sempre ingannato dal meteo ho pure indossato una calzamaglia aggiuntiva sotto i pantaloni che di solito metto soltanto in inverno quando fa veramente freddo. Ormai la devo sopportare fino alla fine.



Attraversiamo il ghiacciaio in salita guadagnando quota e puntando all’evidente sella nevosa che separa la cresta sud est della Giordani con Punta Vittoria. Si pensava che la pioggia caduta a valle il giorno precedente sarebbe stata neve in alta quota, ma così non è, e la nostra cresta risulta asciutta e scoperta.  Quì comincia l’arrampicata, non difficile su rocce rotte ed instabili alternate a roccia migliore procedendo in conserva. Intanto  c’è qualche altra cordata che ci precede e che lasciamo allontanarsi. In questi casi e su questo tipo di terreno è buono evitare di stare troppo vicini o sotto ad altri scalatori per evitare che eventuali scariche di pietra ti prendano in pieno.


































Magnifico colpo d’occhio verso il gruppo del Gran Paradiso  con i suoi ghiacciai e la Grivola più a destra. Mentre l’arrampicata continua su difficoltà di II e III grado raggiungiamo un piccolo punto panoramico dove appare all’improvviso verso Nord Est la Punta Parrot, imponente e maestosa. Leggermente più a destra nascosta dalle nubi occhieggia invece la Punta Gniffetti e il Rifugio Margherita che dall’alto dei suoi 4554 m è il più eccelso d’Europa.


































Si riprende a fatica l’ascensione e il mio compagno mi fa notare che a volte vado in “apnea” facendo respiri corti e accelerati durante i tratti di arrampicata. Dovrei invece respirare più profondamente per incamerare più ossigeno durante gli sforzi più sostenuti. Comunque, a parte un po’ di dispnea mi rincuora il fatto di non avere quei sintomi davvero fastidiosi descritti sopra e riscontrati in altre occasioni. Si  supera un passaggio di III + non banale e si vede in alto una fascia di rocce grigie da risalire sopra le quali vi è il passaggio più ostico dell’intera ascensione, una placca liscia di IV protetta da due chiodi ravvicinati. Io credo comunque che si possa azzardare anche un V e arrampicare con zaino pesante, scarponi da ghiaccio a 4000 metri direi che non è come in falesia.



Mi tornano in mente gli interminabili salti rocciosi sul Cervino che ti spezzavano il fiato, anche se i passaggi più difficili erano addomesticati da corde fisse. La placca potrebbe anche essere aggirata da sinistra ma bisognerebbe procedere su roccia estremamente marcia e brutta. Diciamo che affrontando la placca si conferisce veramente un senso estetico all’intera ascensione.



 

































Dopo questo elegante “sforzo” e dopo aver raggiunto prima la sommità di un pinnacolo e averne aggirato un altro da sinistra arriviamo in vetta,4046 metri della Punta Giordani dove troviamo altre cordate, qualcuna che ci ha preceduto sulla Cresta del Soldato, altre giunte dalla più facile via normale risalendo il ghiacciaio di Indren, quattro ore totali. Subito si apre uno scenario ancor più grandioso verso Nord, una fantastica sequenza di quattromila che da sinistra a destra va dalla Piramide Vincent (4215 m), il Balmernhorn(4167 m),il Corno Nero (4322 m),la Ludwingshoe (4342) e la Parrot (4436 m),mentre la Gniffetti resta chiusa completamente dalle nubi.


Qualche momento per godersi la conquista del mio sesto quattromila e il panorama maestoso in tutte le direzioni per intraprendere la via del ritorno lungo il ghiacciaio di Indren verso la stazione della funivia e nostro punto di partenza. Quasi alla fine del ghiacciaio notiamo un’asta sistemata tre anni fa dalle guide alpine per verificare il ritiro dei ghiacciai.



































Ebbene in tre anni appena l’Indren si è abbassato di almeno quattro metri e questo la dice lunga sul riscaldamento globale ed effetto serra che sta subendo il nostro pianeta. Forse le generazioni che verranno scaleranno queste montagne completamente scoperte, solo su roccia con danni notevoli non solo all’attività ludica in montagna che è l’aspetto meno importante ma per le conseguenze estremamente gravi che questo comporterà al territorio, all’ambiente e all’ecosistema. 


Il viaggio di ritorno sarà molto lungo ma porterò con me ancora una volta il bel ricordo di questa terra straordinaria e con l’obiettivo di ritornarci per nuove conquiste ,nuove avventure.